Il sacrosanto diritto alla terra

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E’ difficile trattenere l’incazzatura leggendo il rapporto Oxfam 2011 sul fenomeno land grab “l’accaparramento di terre”!  Nei paesi in via di sviluppo, dal 2001, 227 milioni di ettari (un’area grande quanto l’Europa occidentale) sono stati venduti o affittati ad investitori stranieri per la produzione di cibo e bio-carburanti. Dietro a tali sistemi di compravendita, caratterizzati da scarsa trasparenza nelle trattative, si celano spesso tristi dinamiche: violazione dei diritti umani (specialmente femminili), del principio di consenso “libero, preventivo e informato”delle comunità indigene e totale disinteresse sull’impatto socio-economico e ambientale.

La disponibilità alimentare, l’emergenza cibo sono, e lo saranno maggiormente nei prossimi anni, il terreno di battaglia delle grandi industrie agro-alimentari; la depauperazione  del territorio si è radicata nella cultura occidentale e ora si estende, per mano nostra e delle nostre scelte alimentari, ai paesi poveri. E’ necessario dunque rivedere alcuni concetti che sono stati trascurati (anche a causa di variabili storiche e politiche) partendo da un presupposto: non bisogna dimenticare che il livelli di benessere dei paesi industriali, tra cui l’Italia, sono legati anche a pratiche agro-zootecniche intensive che, seppur discutibili, dal dopoguerra in avanti hanno permesso accessibilità al cibo e crescita economica…tutto questo a scapito di cosa?? Mi chiedo questo mentre penso ad un contadino della Val di Susa, che si arrampica sul traliccio per protesta, rimane folgorato … ed ora è in fin di vita; si arrampica per rivendicare il diritto alla propria terra, il diritto a continuare il quotidiano lavoro di famiglia già poco remunerativo ma dannatamente dignitoso come lo è il coltivare la terra. Luca Abbà si batte contro un esproprio che lo priverà di quel mestiere a stretto contatto con la natura, faticoso ma di grande valore!

E’ il paradosso del mondo contemporaneo che lascia spazio alle grandi opere e rimpiazza i piccoli terreni agricoli di aziende radicate sul territorio con colossi pubblici per la viabilità delle merci per poi vedersi “costretto” allo sciacallaggio ambientale nei paesi a sud del mondo; siamo responsabili delle scelte alimentari senza se e senza ma ed è il momento di ridimensionare il modello agricolo industriale divenuto insostenibile che, da una parte, ci ha fin’ora permesso di progredire e dall’altra si dimostra sempre più irrispettoso verso il Sud del Mondo e verso le piccole realtà contadine che, nel nostro paese, vogliono riscattarsi con tipologie di mercato locale senza l’intermediazione delle suddette aziende agroalimentari.

E’ interessante leggere il report 2010 presentato al Consiglio dei Diritti Umani in Belgio che propone una soluzione al divario alimentare: l’agro-ecologia.

Agro –ecologia ossia insieme di pratiche volte a rendere l’agricoltura  accessibile, adeguata, sostenibile e partecipativa. Consiste nel rivalutare l’importanza degli alberi nei sistemi agricoli tramite la riforestazione; la minor dipendenza dei contadini da input esterni ( come sementi, concimi chimici, ecc…); la diversificazione colturale con l’abbandono delle monocolture; preservare il suolo e la biodiversità mimando i processi naturali; la centralità di “squadre di cambiamento locali” come lo sono il Movimento Campesino del Centro America o il Movimento Dos Trabalhadores Sem Terra in Brasile che tutelano l’agricoltura familiare, fatta di tradizioni tramandate oralmente, patrimonio di popolazioni locali che sanno interagire con il proprio ambiente naturale.

I prodotti agricoli, oltre che alimenti, devono divenire una risorsa culturale e non finanziaria!

Un senso di civiltà e di rispettosa appartenenza alla terra … è questo che trasmettono Luca e i No Tav, i Campesinos, i Sem Terra e le altre realtà africane.

“Conservare la biodiversità è impossibile, finché essa non sia assunta come la logica stessa della produzione. Il «miglioramento» – dal punto di vista dell’impresa o da quello dell’agricoltura occidentale o della ricerca forestale – è spesso una perdita per il Terzo mondo, specie per i poveri. Non è infatti inevitabile che la produzione si contrapponga alla diversità: l’uniformità, come modello produttivo, è inevitabile solo nel contesto del controllo e del profitto.” Vandana Shiva

Mat

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