Vizi e virtù della filiera agricola italiana

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In occasione dell’evento Sbarchinpiazza ho potuto partecipare al seminario pubblico di venerdì 30 marzo su “Vizi e virtù della filiera agricola italiana” a cura dell’ osservatorio Cores – Università di Bergamo. Molto interessanti  si sono rivelate le analisi sociologiche sulla questione dei braccianti agricoli, caporali e imprese agricole italiane. Importanti gli interventi dei produttori agricoli del sud Italia e dei  progetti solidali, di agricoltura equa. Di seguito alcuni dati e riflessioni emerse all’incontro.

Il pomodoro da industria viene prodotto per  1/3 nel foggiano, 1/3 in Emilia Romagna e 1/3 nel resto d’Italia. Nella sola zona del foggiano e del Vulture ogni anno, per la raccolta del pomodoro, vengono ingaggiati 10.000 lavoratori stranieri che raccoglieranno questi ortaggi destinati alle industrie casertane collocate appena dopo l’Appennino.

I primi braccianti extracomunitari (principalmente tunisini), in Italia, trovarono lavoro in altre coltivazioni però: quelle degli agrumi della Piana di Gioia Tauro, di Sibari, a Catania e nel Salento con raccolte discontinue legate principalmente alla stagionalità dei prodotti in campo. Le tipologie di contratto di lavoro agricolo attualmente vanno dal regolare (raro in agricoltura!) al semiregolare o al noncontratto con pagamenti a cottimo ( nel foggiano per ogni cassone da 300 kg di pomodori vengono riconosciuti 3 -5 €) e orari lavorativi da sole a sole (dall’alba al tramonto); lavoro a cottimo che fa molto comodo ai datori di lavoro per valutare i costi di produzione al quintale ma che risulta una tortura per chi lavora chino a terra più di 12 h al giorno.

Poi ci sono i caporali, mediatori del lavoro illegali; sistema di reclutamento di manodopera agricola presente in  Italia da più di un secolo che è mutato sensibilmente negli ultimi decenni. Caporali che si prendono compensi per il trasporto dei braccianti sul posto di lavoro e che per ogni cassone di pomodori raccolti, per esempio,  hanno bonus di 0,50 – 1€. Fenomeno diffuso per le arance ma anche al nord (spesso considerato immune a tali forme di sfruttamento del lavoro) con operai di nazionalità indiana negli allevamenti.

Intorno ai campi poi il forte isolamento sociale dei lavoratori e condizioni abitative di completo degrado; casolari abbandonati con la riforma agraria degli anni Cinquanta ed ora occupati senza acqua, luce; paesi ghettizzati con prostituzione e degrado come Rignano Garganico nelle campagne foggiane: “le grand ghetto” nel gergo dei migranti.

La legge bossi – fini ha creato figure giuridiche sui campi come: i richiedenti asilo, immigrati irregolari, … tante le realtà tra i braccianti: cassintegrati africani di aziende del nord Italia che tornano al sud a lavorare in nero,disoccupati e neocomunitari come polacchi, rumeni, ecc …

Le motivazioni/scusanti del mondo dell’imprenditoria agricola allo sfruttamento della manodopera sono le stesse per molti ( ma non per questo legittime e giustificabili!): la crisi del sistema agricolo italiano e i bassi prezzi imposti dall’industria alimentare. L’Emilia Romagna, altra grande produttrice di pomodori, sembra invece essere estranea ai problemi legati ai lavoratori agricoli poiché ha meccanizzano la filiera ed ha abbattuto il numero di intermediari ( basta pensare ai trasporti su gomma) costruendo i conservifici vicino ai campi (il produttore consegna personalmente il prodotto). Tralasciando la meccanizzazione che, a detta mia e di altri presenti al seminario, non deve essere l’unica soluzione all’abuso dei diritti lavorativi dei braccianti; l’accorciamento della filiera può essere invece un’alternativa: è infatti quello che emerge in sintesi dall’incontro, ossia creare una rete territoriale di produzione, trasformazione e acquisto con obiettivo l’ assunzione di personale direttamente dall’azienda stessa. Una rete realizzabile anche grazie alla presa di coscienza del CONSUMATORE RESPONSABILE; l’economia solidale, come qualcuno suggerisce durante l’incontro, deve unirsi al CONFLITTO SOCIALE!

Rispetto agli anni Novanta, per i migranti la necessità di regolarizzarsi unita alle prospettive di dignità del lavoro sono svanite pian piano, sempre più forte è la necessità di riscatto sociale che ha portato alla nascita dei movimenti dei braccianti (basta citare lo sciopero auto-organizzato di Nardò) … nel frattempo, ad agosto 2011, il caporalato è divenuto reato penale e molte campagne sono state lanciate come Sos Rosarno di Equosud , vi invito a visitare il loro sito .

Il nostro appoggio, come cittadini e consumatori, è necessario!

Addà passa\’ a nuttat!

Contro ogni sfruttamento: terra, lavoro…liberazione!

Mat

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