La mia prima gara di fellcross running

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Come i poeti dei laghi Wordsworth e Coleridge nel Settecento, così anche tutti i fellrunners, accorsi sabato dall’intero Regno Unito per il campionato nazionale inglese di fellcross running, hanno onorato a loro modo le montagne ventose del Lake district (le Fell appunto, dal norreno fjallr, termine portato in Inghilterra dagli invasori vichinghi) correndo a perdifiato su e giù per un percorso mai monotono, che varia dalle pendici erbose, ai sentieri fino alle creste rocciose da salire con l’aiuto delle mani. E come vichinghe, allo scoccare delle 13 in punto di sabato 14 aprile, noi donne ci siamo lanciate sulla prima salita erbosa per lasciare la Braithwaite farm da cui la gara ha preso il via. Dopo aver attraversato il piccolo paesino, che sembra un dipinto del romanticismo inglese, con casette bianche, verdi prati costellati da narcisi gialli e pecorelle, un piccolo fiume da attraversare su ponticelli in pietra, l’ambiente man mano che si sale di quota diventa sempre più brullo e sferzato dal vento. Daniel Defoe nel 1724 descrive così questa terra: « la più selvaggia, più arida e spaventosa che mi sia capitato di attraversare in Inghilterra, o anche nel Galles stesso, e il lato ovest, che confina con il  Cumberland, è infatti delimitata da una catena di montagne quasi invalicabili che, nella lingua del luogo, sono chiamate fells.  »

Dal ‘700 ad oggi nulla sembra cambiato qui. Tutti i poeti che hanno dedicato le loro liriche al lake district hanno imperniato la poesia sulla progressiva interiorizzazione dello spettacolo naturale e dall’emozione da esso suscitata. E come non lasciarsi trasportare dall’emozione correndo su salite spacca gambe in cui presto si è dovuto cominciare a camminare con le mani sulle ginocchia perché la pendenza aumentava progressivamente. Per fortuna un pubblico numeroso ha sfidato il freddo per fare il tifo e, quando arrancavamo in salita, sentire gli incitanti ‘hold on hold on’ (resisti, resisti) dava la forza di continuare a spingere. L’unico momento di panico è stato affrontare la cresta su ci siamo dovuti arrampicare con le mani coi primi uomini, partiti 15 minuti dopo noi donzelle, che mi superavano a destra e sinistra e si arrampicavano come se dovessero assaltare una fortezza in tempo di guerra. Un vero e proprio assalto, che è proseguito anche in discesa, quando sentivo urlare alle spalle ‘on the right’ (a destra) e mi chiedevo se io dovessi mettermi a destra o se si sarebbe messo a destra l’atleta che premeva per superarmi, perché visto la loro guida al contrario non c’era da essere sicuri di nulla!!! Avrei voluto essere più audace nelle discese, ma la stanchezza dovuta al ritmo in soglia della salita e il vento gelido negli occhi, mi hanno impedito di lasciare andare le gambe come invece hanno fatto gli autoctoni, che evidentemente conoscono il loro territorio e non hanno dovuto prestare attenzione ai passi di chi li precedeva, per capire se la brughiera era una palude fangosa o una semplice steppa erbosa, e alle traiettorie, per risparmiare tempo e fiato, imboccando sentieri inesistenti sulle contropendenze piuttosto che scollinando su roccia. Obbligatorio per tutti era, infatti, il passaggio ai tre punti di controllo, ma la caratteristica principale di queste gare di fellcross running è proprio che ognuno può scegliere come raggiungerli tramite il tragitto indicato sulla mappa in dotazione ad ogni atleta insieme alla  bussola e al kit di emergenza in caso di nebbia o maltempo (antivento, cibarie e fischietto).

Come i personaggi delle poesie di Wordsworth e Coleridge che hanno reso famosa la Cumbria in tutto il mondo, anche ogni atleta sabato alla prima prova del Valetudo Mountain Running International Cup non ha potuto non sentirsi parte della Natura. Non  si tratta di una semplice identificazione, ma di un modo di sentire la Natura, un Senso della Terra che guida ogni atleta che sceglie di abbandonare il cronometro e le gare su strada per dedicarsi alla corsa nei boschi o sulle vette: in questo “innalzarsi” dello spirito verso il cielo, i fellrunners, così come gli skyrunners, trovano una consapevole volontà di “radicarsi” alla Terra.

Tra gli atleti della Valetudo skyrunning che hanno preso parte al circuito, ottimo il secondo posto del rumeno Ionut Zinca, abituato più alle lunghe distanze che alle sparate su tragitti corti e il quinto posto della campionessa Debora Carbone. Notevole il 22esimo posto della campionessa di ultratrail Cecilia Mora che ha guadagnato posizioni man mano che la salita diventava più dura e non si è risparmiata sulle discese, al contrario di me che mi sono lasciata intimorire dalle roccette e ho cercato di dare il massimo in salita e nelle discese corribili, piazzandomi, infine, 36esima su 130 donne presenti, un numero che neanche nelle più blasonate gare italiane in montagna penso sia mai stato raggiunto per la partecipazione femminile. Non per nulla le donne inglesi hanno preteso la parità per prime in Europa e sono state le prime a guadagnarsi il diritto di voto! Tra gli altri atleti Valetudo, ottima prestazione, al rientro dopo un mese di stop, per Matteo Lorenzi, seguito da Alberto Bolcato e Giorgio Pesenti.

Nella patria delle Inov, sponsor ufficiale della gara e calzatura indossata dal 90% dei partenti alla gara, ho potuto nuovamente testare sulle discese scoscese e sul terreno impervio le mie Roclite 298, che mi hanno consentito di finire la gara senza una sola vescica ai piedi, nonostante il fango, la neve in vetta e le numerose pozzanghere. Grazie a queste scarpe la gara in montagna diventa un puro divertimento e non un calvario. Spesso, infatti, ho finito le gare senza talloni, coi calzini insanguinati e la prospettiva di un stop, più o meno lungo, per aspettare che la pelle si cicatrizzasse e mi consentisse nuovamente di correre. Mentre ora, come nella poesia di Wordsworth ‘Daffodils (Narcisi)’, anche a me a distanza di tempo, mentre sono distesa sul letto, improvvisamente riaffiora alla memoria la visione della marea di narcisi, che nel lake district crescono spontanei nei prati, oltre che dei panorami stupendi visti dalle vette, ‘suscitando in me una sensazione piacevole di gioia’.

Isa

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